Milano—Le famiglie europee accantonano in media il 15% del reddito netto, tre volte in più rispetto a quelle americane, eppure, mentre quasi il 60% delle famiglie statunitensi partecipa ai mercati dei capitali, in Europa la quota scende al 27%. Il risultato, come emerge dal nuovo studio Cash, Capital, and Culture: Mobilizing Household Savings to Close the European Investment Gap del BCG Henderson Institute, è che circa 12.000 miliardi di euro restano fermi in conti correnti, depositi e strumenti a rendimento zero o quasi, una riserva che potrebbe contribuire a chiudere il gap di investimenti che il Rapporto Draghi ha stimato in 800 miliardi di euro annui.
L’analisi, che ha raccolto circa 13.000 risposte quantitative e qualitative di oltre 5.000 residenti in Germania, Francia, Italia e Spagna, mostra che più della metà degli europei tiene i propri risparmi in strumenti a basso rendimento (contanti, depositi bancari, prodotti assicurativi o altri strumenti a capitale protetto). Un dato che non stupisce, considerando che due terzi degli intervistati dichiarano di non essere disposti ad assumere alcun rischio con il proprio patrimonio. Ma la diffidenza verso i mercati finanziari non è solo avversione al rischio: è, prima di tutto, un problema di fiducia e di conoscenza.
“I 12.000 miliardi di euro fermi in depositi e conti correnti non sono solo un'opportunità mancata per le famiglie europee, ma un freno strutturale alla crescita del continente, commenta Valerio Napolitano, Managing Director e Partner di BCG. Eppure, quando ai cittadini vengono fornite informazioni chiare, verificabili e ancorate a esempi reali, la disponibilità a investire cambia in modo significativo. L'ostacolo non è il rischio in sé: è la mancanza di strumenti per comprenderlo e gestirlo. In Italia questo paradosso è particolarmente evidente, con oltre la metà dei cittadini che teme la pensione pubblica non sarà sufficiente, ma al tempo stesso si aspetta che sia lo Stato a provvedere. Colmare questo divario, tra consapevolezza del problema e capacità di agire, è la vera sfida per i prossimi anni.”
Anche i giovani scelgono il deposito: l'età non cambia la diffidenza
Il confronto con i mercati finanziari è spesso quello con il gioco d'azzardo, come dichiarano diversi partecipanti, e non dipende dall’età. Il 55% dei giovani europei sotto i 35 anni dichiara infatti di non essere a proprio agio con il rischio finanziario. Quando ai partecipanti viene chiesto cosa consiglierebbero a un amico trentenne che ha ricevuto inaspettatamente 10.000 euro da investire fino alla pensione, due terzi orientano comunque verso opzioni conservative o moderatamente conservative, nonostante l'orizzonte temporale lungo renderebbe razionale una scelta più orientata alla crescita.
Lo studio identifica un legame diretto tra questa insicurezza diffusa e l’alfabetizzazione finanziaria: ogni punto in più di conoscenza percepita corrisponde a un aumento di 0,7 punti nella tolleranza al rischio, dato che emerge in tutti i Paesi e nelle fasce d'età analizzati. Non a caso, circa il 30% del panel indica che una migliore educazione finanziaria o una consulenza più accessibile sarebbe il fattore principale per spingerli a investire di più. Il 40% si dichiara più propenso a farlo se esistesse una lista di opzioni validate dal governo. Il problema, sottolineano i partecipanti, non è la scarsità di prodotti finanziari, ma la loro opacità. Come dichiara qualcuno, il settore “parla un linguaggio oscuro”, mentre altri chiedono spiegazioni “per chi non sa nulla di finanza”.
Pensioni: quando l'informazione cambia la percezione del rischio
Per misurare quanto la conoscenza possa spostare le preferenze, lo studio ha sottoposto ai partecipanti tre proposte di riforma pensionistica che prevedono un'esposizione ai mercati finanziari: fondi pensione nazionali finanziati a debito, conti individuali a capitalizzazione nel primo pilastro pubblico e pensioni aziendali integrative. Il terreno pensionistico è stato scelto deliberatamente: se l'informazione riesce a spostare le preferenze su un tema così sensibile, è ragionevole attendersi effetti almeno altrettanto significativi sul risparmio privato in generale.
Con una semplice spiegazione dei meccanismi e dei rischi, il sostegno medio alle tre riforme si attesta già al 44%. Quando vengono aggiunti esempi concreti tratti da Paesi che hanno già percorso questa strada (la Svezia con i conti individuali a capitalizzazione, la Nuova Zelanda con il fondo pensione nazionale, i Paesi Bassi con i fondi occupazionali) il sostegno cresce in media di 18 punti percentuali. Più di un terzo di chi inizialmente si dichiarava contrario cambia posizione dopo aver visto le evidenze empiriche.
Il caso Italia: nessuna fiducia nella pensione, ma si delega ancora allo Stato
Il rapporto degli italiani con il sistema pensionistico pubblico è segnato da un forte scetticismo: il 53% dichiara di non avere alcuna fiducia che l'assegno pensionistico sarà sufficiente, una quota che sale al 59% tra gli under 55. Solo l'1% esprime piena fiducia. Eppure, nonostante questa consapevolezza, il 51% dei giovani italiani, il 58% della fascia di mezza età e l'80% degli anziani continuano ad attribuire allo Stato la responsabilità principale della previdenza, la quota più alta tra i quattro Paesi analizzati nella fascia over 55.
Sul fronte delle riforme, il sostegno del nostro Paese alle tre proposte sale in media dal 19% al 32% dopo la presentazione di esempi concreti da altri Paesi, con un incremento di 13 punti percentuali. Il gradimento per le pensioni aziendali integrative è tra i più alti: passa dal 38% al 43% dopo l'evidenza empirica. Sul piano delle misure accettabili per rafforzare il sistema previdenziale, gli italiani mostrano la più bassa tolleranza verso aumenti di contributi o tasse (11% tra i giovani, 4% nella fascia intermedia, 8% tra gli anziani) e una preferenza netta per il taglio della spesa pubblica in altri settori, in particolare tra gli over 55, dove questa opzione raccoglie il 77% delle preferenze.
Le raccomandazioni: meno opacità, più cultura finanziaria
Lo studio individua due ordini di intervento distinti. Per i responsabili di politica economica, l’urgenza è ridurre la confusione prima che le famiglie si avvicinino agli investimenti: introdurre l'educazione finanziaria nei percorsi scolastici e formativi, creare canali pubblici di informazione neutri e credibili, semplificare l'accesso ai mercati con strumenti standardizzati che rendano comparabili rischi, costi e rendimenti attesi.
Per il settore finanziario, la priorità è costruire fiducia nel momento in cui le famiglie sono pronte a investire: comunicare in modo chiaro e accessibile, separare in modo trasparente la consulenza dalla vendita, utilizzare il contesto lavorativo come canale per diffondere cultura finanziaria e accompagnarle nei momenti di volatilità.
L'Europa non colmerà il gap di investimenti offrendo più prodotti finanziari ma lo farà costruendo un contesto in cui i risparmiatori capiscano cosa stanno scegliendo e abbiano ragioni concrete per farlo.
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